Rivarolo del Re ed Uniti

Dal mito del “Rolo” al dimorar in villa

Nella chiesa parrocchiale di San Zeno, nella cappella del Sacro Cuore, è visibile un medaglione che raffigura un pesce natante a filo d’acqua e recante sul dorso un bambino nudo: questo è IL MITO di Rivarolo. Il professore e pittore Palmiro Vezzoni ha realizzato un disegno sul mito di Rivarolo.
Tutto nasce da un’antica tradizione orale secondo cui quando in queste campagne vivevano i primi abitatori, un bimbo incosciente del pericolo cadde nel fiume e venne travolto dalle acque impetuose.
Sarebbe annegato se non che un misterioso pesce, il pesce Rolo, sorgendo dalle acque prese sul dorso il bambino e lo portò a riva sano e salvo. Ovviamente, ci si affretta a dire a chiusura del racconto, questa specie di pesce, il pesce Rolo, non esiste più.

Anche il vicino Rivarolo Mantovano ha la stessa leggenda, ma questa volta il pesce porta in salvo un soldato, come riportato dallo stemma comunale, segno questo di un’importanza militare e strategica del vicino paese mantovano: avamposto della Repubblica di Venezia, divenuto poi sede importante all’epoca dei Gonzaga. Rivarolo del Re è meno strategico e quindi bastava la leggenda del salvataggio di un bambino.

Due le cose che possiamo dire “reali” da mettere in evidenza in questi racconti:

  1. sicuramente le nostre terre erano acquitrinose, piene di fossi, fiumi e quindi di RIVE/RIVALI da cui deriva per altri storici il nome Rivarolo, poi il mito del pesce Rolo.
  2. altra immagine richiamata dal bambino è questa: data la presenza di acquitrini la vita non era facile ma pericolosa. Era un popolo giovane, recente quello che arrivò a Rivarolo e poi evolvendosi si spostò sulle terre più asciutte (di Rivarolo mantovano) portando con sé il mito del bambino salvato ma che era diventato più maturo, guerriero.

Perché “Rivarolo del Re”?

Da antica data esistevano due vicine borgate denominate “RIVAROLO”. Una era compresa nel territorio del Ducato di Milano e l’altra nel territorio della Serenissima Repubblica di Venezia.
Per distinguerle vennero denominate Rivarolo dentro, cioè dentro il Ducato e Rivarolo fuori, cioè fuori del Ducato.
Poi all’epoca della dominazione spagnola Rivarolo Dentro prese il nome di Rivarolo del Re (di Spagna); Rivarolo Fuori solo con la costituzione del Regno d’Italia prende il nome di Rivarolo mantovano. Altra distinzione dei due Rivarolo è un fatto naturale legato alle alluvioni:
Rivarolo del Re è più basso, 9 metri sotto la punta di piena massima del 1951 per esempio e quindi con le alluvioni del Po andava sempre sotto (ossia dentro), Rivarolo Mantovano si trova leggermente più in alto e rimaneva fuori dalle alluvioni: lo dimostra la salita della strada provinciale che da Villanova arriva a Rivarolo Mantovano.

Da frazioni a Comune il passo è “breve”

Il malcontento e la vessazione delle popolazioni sono, da sempre, all’origine di diatribe secolari, come quella che vide coinvolte alcune frazioni casalasche contro il capoluogo sempre più avido di tasse. Già dal 1600 il Pro sindaco con il consiglio generale di Casalmaggiore adottavano una politica megalomane a beneficio esclusivo dell’abitato rivierasco trascurando nel modo più assoluto le “ville” (all’epoca 12) con i suoi abitanti costretti a vivere in veri e propri acquitrini dovuti alle alluvioni del Po. La forbice tra città e campagna andava accentuandosi, favorendo in questo modo i comitati separatisti.
Ma solo nel periodo che va dal 1860 al 1905 le frazioni di Rivarolo del Re, Villanova, Brugnolo, Cappella e Camminata (queste ultime poi convinte a desistere) costituirono un comitato autonomista molto determinato che riuscì a coinvolgere anche i nobili locali.
Ma mentre nel febbraio 1905 alla Camera dei Deputati veniva approvata la proposta di legge Marazzi, il 23 marzo la parola passava al Senato che la bocciava in pieno con 57 voti contrari e soli 19 favorevoli. La protesta dei Rivarolesi non si fece attendere e il 24 marzo venne devastato l’edificio scolastico incendiando porte, cattedre e banchi scolastici. Per ristabilire l’ordine il sottoprefetto di Casalmaggiore inviò venti carabinieri e una compagnia del 56° fanteria di stanza a Cremona, che si trattennero in paese per circa un mese.

Nel secondo periodo che va dal 1906 al 1915 vengono inviati, da parte del comitato separatista, svariati memoriali per illustrare a diversi parlamentari delle due Camere le buone ragioni delle frazioni e alcune autorità di Casalmaggiore sono coinvolte in vicende grottesche e poco edificanti, pur di vedere i propositi scissionisti finire miseramente.
Il comitato separatista era composto prevalentemente dai capi famiglia, tra i quali possiamo citarne alcuni come Marchini Luigi, Bottoli Giovanni, Bottoli Patrizio, Longari Ponzone dott. Antonio Longari Ponzone avv. Ippolito e Tentolini Evangelista senza dimenticare alcune rappresentanti del gentil sesso come la professoressa Dirce Pezzali autrice tra l’altro di varie canzoni separatiste.

Finalmente il 26 marzo 1915 il Senato approva la legge proposta dall’onorevole Pistoia.
L’Italia vedeva nascere un nuovo comune, quello di “Rivarolo del Re …. ed Uniti”.
Il primo Aprile 1915 con il numero 447 è sanzionata la Legge che viene pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 98 del 13 Aprile 1915: lunedì 5 aprile 1915 grande festa in paese da noi richiamata nel 2005 con iniziative legate al ricordo dei “90 anni del nostro comune”.

La presenza delle ville

Rivarolo come le altre frazioni di Casalmaggiore erano chiamate Ville, più che frazioni e questo forse dipendeva dal fatto che questi paesi avevano appunto ville al loro interno.
Queste ville erano le residenze estive di ricche famiglie fondiarie che usavano questi luoghi solo per l’estate per seguire i raccolti e uscire dalle città.
Sei sono le ville a Rivarolo del Re. Solo una attualmente è usata come residenza di famiglia, le altre sono tuttora “residenze estive”. Tutte di proprietà privata sono state aperte al pubblico in poche ma piacevoli occasioni.
Nel 2004 e 2005 con il GAL Oglio Po abbiamo aderito all’iniziativa di “Villa in Villa” e in due estati i giardini delle ville sono stati aperti al pubblico.
A villa “La Todeschina” sono stati organizzati alcuni eventi: come un convegno, un concerto del calendario estivo di “terre d’acqua”, e oggi siamo qui in

Villa “Letizia” Longari Ponzone Brichetto Moratti, detta anche “Villa Letizia”

Il giardino che costituisce l’area verde in dotazione alla villa è delimitata da una rete metallica con una fitta siepe arborea ed arbustiva che lo rende solo parzialmente visibile all’esterno.
L’accesso alla strada comunale è chiuso da una cancellata in ferro battuto sostenuto da pilastri circolari di cotti a costa sagomati sormontati da pinnacoli a pigna.
Il contrasto cromatico fra il materiale edilizio e la cortina prodotta dai bambù crea un angolo suggestivo e, soprattutto, un riparo da occhi indiscreti.
Il lato prospiciente la via comunale Ferrante Aporti, includente l’ingresso alla villa, era un tempo costeggiato dal canale Comula e quindi si accedeva alla villa da un ponticello in cotto.

Poi la Comula è stata deviata dietro il paese e l’ingresso alla villa ora è questo: entriamo.
All’interno il giardino risulta diviso dall’edificio residenziale, di gusto e realizzazione ottocenteschi, in due parti tra di loro collegate da un grande portico passante in posizione centrale e da un passaggio laterale.

Due parole sulla costruzione

Villa Longari-Ponzone Brichetto-Moratti, nota anche come villa Letizia, è una bella costruzione d’impianto settecentesco. Il corpo principale residenziale ha una sobria facciata che si sviluppa su due piani, con due lunghe file di finestre. Al piano superiore si accede per mezzo di una bella scala a doppia rampa con balaustre in cotto e colonne.
La facciata è tinteggiata color arancio albicocca e ornata da una cimasa curvilinea.
Davanti al corpo residenziale vi è un delizioso pergolato di vite e un giardino con vialetti.

La villa è di proprietà della famiglia Brichetto Arnaboldi e Guida i genitori di Letizia Moratti, ex sindaco del comune di Milano.

Torniamo in giardino.

L’articolazione del giardino di tipo modulare e la rete dei sentieri disposta secondo una ripartizione ortogonale richiamano le caratteristiche stilistiche del classico giardino all’italiana. L’impianto originario è contemporaneo alla villa e pur nei rifacimenti avvenuti nel tempo conserva la struttura e gli arredi ottocenteschi.
Tra le principali novità introdotte nel Novecento citiamo oltre al rinnovo di parte della vegetazione la dotazione del campo da tennis e della piscina.

Il comparto del giardino antistante l’edificio, ombreggiato da pini, robinie, bambù e magnolie, è occupato da due aiuole circolari: una coltivata a rose da taglio e l’altra più estesa a prato, al centro si innalza la statua in terracotta di Bacco, che reca impresso il marchio di fabbrica di famiglia (ing. Longari Ponzone – Forni Hoffman).
Questa e le altre terracotte collocate nello spazio verde con scopo decorativo documentano il vasto campionario della produzione di queste fornaci locali che rimasero in funzione dalla metà dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento.
Sul viale ghiaioso corre rettilineo e parallelo all’edificio un pergolato di vite che appare nelle vecchie foto della villa di inizio Novecento.
Più estesa l’altra parte del giardino cui si accede o per il viale laterale o per il porticato, quest’ultimo abbellito dai manufatti in terracotta prodotti dalle fornaci di famiglia; busti di Dante, Petrarca, Ariosto, Torquato Tasso, Ippolito Longari Ponzone, un bassorilievo raffigurante la “morte di Socrate” e un Putto inginocchiato su cuscini e vasi.
Questa parte di giardino presenta una forma rettangolare articolata in scomparti geometrici da un viale in ghiaia che fiancheggia parallelo la villa, ombreggiato da doppio filare di carpini e abbellito sempre da vasi in cotto con oleandri e da altri due sentieri che lo tagliano perpendicolarmente.

Uno di questi, delimitato da siepe, crea una veduta prospettica il cui punto focale è rappresentato da una statua di dea in terracotta, oltre il quale svettanti pioppi cipressini segnano il confine estremo della proprietà.
Un’altra veduta suggestiva si apre in corrispondenza dell’uscita dal porticato: qui un vialetto interno conduce ad un aiuola circolare fiorita al cui centro troviamo un’altra statua, aiuola isolata da una siepe di Lauro con la duplice funzione di contorno e di ornamento ma anche di mascheramento della piscina.
Molte le varietà di piante e fiori ben curati dal custode determinano la fioritura stagionale del giardino.
Le piante presenti sono sia specie diffuse nella zona come pioppi, salici, noccioli, querce e alberi da frutto ma ci sono anche alcune specie più particolari come l’Arundinaria, la Magnolia grandiflora, la Magnolia soulangeana, e il cedro del Libano.
Rose, ortensie, ibischi e oleandri completano i colori del giardino e il lavoro del custode.